E’
la maggiore delle Isole Eolie o Lipari, dalla quale le altre isole hanno preso il nome.
Stabone e Plinio la chiamano Meligunis.
E’ tanto antica che si dice sia stata edificata da Liparo, prima
della guerra di Troia, tanto da narrarsi che Ulisse, nel suo peregrinare, vi sia approdato
e abbia soggiornato alla corte di Eolo e ne abbia preso in moglie la figlia Telepora.
Secondo Diodoro, Tucidite e Pausania, la popolazione della città si è
accresciuta con l’arrivo di una colonia proveniente da Cnido, e precisamente un
gruppo di profughi scacciati dagli Elimi e dai Fenici, che fra tutte le isole scelgono
proprio Lipari. Secondo Diodoro questa colonia era fra quelle stesse che, venute dalla
Grecia (da Rodi e da Cnido) in Sicilia, erano approdate a Capo Lilibeo all’epoca
della IV Olimpiade. Dopo gli scontri fra Egestani e Selinunti. I superstiti della colonia
greca prendono la via del mare per tornare in patria. Il Mare è il Tirreno e costeggiando
raggiungono le Isole Eolie; accolti benevolmente dagli abitanti delle isole, decidono di
fermarsi e con il tempo si accomunano alla popolazione locale. Sono gli anni che vanno dal
580 al 577 a.C. (intorno alla cinquantesima Olimpiade).
Secondo Pausania ed Antioco questa delle Eolie è popolazione di stirpe
marinara: parte degli abitanti si dedicano all’agricoltura, parte presidia
l’isola di Lipari in terra, altri la difendono per mare. Il Tirreno è infatti
infestato dalle scorrerie dei pirati Etruschi, cosicché preparata una flotta, gli
abitanti delle isole respingono gli intrusi e vincono ripetutamente le loro incursioni.
Lipari cresce in fama ed agiatezza. Diviene famosa per il suo porto; ma
anche per le Terme (salutari per gli infermi). E’ nota nel Mediterraneo per
l’estrazione dell’allume del quale arriva, secondo alcuni degli storici citati,
a detenere il monopolio., tanto da accrescere a proprio piacimento i prezzi. In realtà ne
Mediterraneo operano anche altri concorrenti che producono e smerciano allume: sono la
Macedonia, la Sardegna, la Frigia, l’Africa, l’Armenia. Non ultimo c’è
l’allume proveniente dalle cave della vicina Fiumedinisi, e in modo particolare da
Roccalumera. (Rocca Alumera).
Le vicende storiche dell’antica Lipari, seguono quelle
dell’intera Sicila. Tucidite ci dice che la città si allea con i Siracusani, nella
guerra intrapresa contro gli Ateniesi. Dopo 19 anni, narra Diodoro, Lipari è occupata dai
Cartaginesi, che presto devono cederla ai Romani vincitori. Plinio racconta che a Lipari
si forma una vera e propria colonia di Romani. Cicerone, per la verità, nelle Verrine
parla di una "parva civitas in insula inculta tenuique posita". Lipari infatti
è limitata sotto il profilo agricolo, ma è tuttavia ricca di varietà di pesci.
Nei primi secoli dell’era cristiana sembra vi sia stato fatto
approdare il corpo di S. Bartolomeo, i cui resti vengono conservati religiosamente fino
alla metà del secolo IX, quando vengono trasferiti a Benevento.
Lipari ha un proprio Vescovo e nella divisione dell’Impero romano è
aggregata, come tutta la Sicilia, all’impero Bizantino.
E’ sotto gli Arabi fino al secolo XI. Conquistata dai Normanni del
Gran Conte Ruggero, è restituita alla fede cristiana, con la fondazione di un monastero
benedettino dedicato a S. Bartolomeo. La Cattedra Vescovile è prima suffraganea
all’Arcivescovado di Messina, quindi per due secoli al Vescovado di Patti.
Nella guerra contro gli Angioini parteggia per questi e nel 1363 passa
agli Aragonesi. Per volere di Federico III è data in feudo a Ulfone di Procida, ma pochi
anni dopo, revocata per tradimento di questi, è concessa a Federico di Chiaramonte. Entra
nei beni della Corona di Napoli, essendo regina Giovanna; per decreto di Bonifacio IX è
separatoa dalla Chiesa di Patti. Nel 1443 entra a fare parte del Regno di Napoli.
Nel 1544 Lipari è espugnata e saccheggiata dal pirata Ariademo
Barbarossa, a capo di una flottiglia turca. I suoi abitanti vengono condotti via come
schiavi, lasciando l’isola deserta. Il territorio torna a ripopolarsi sotto Carlo V,
ad opera di profughi che fanno ritorno.
Le sorti della città si stabilizzano. Nel secolo XVII gli abitanti
possono considerarsi autosufficienti con le sole risorse locali., che in parte esportano.
Già Vito Amico ricorda la coltivazione dei fichi e della vite, "celebratissime uve
passe e generosissimo vino per le mense dei ricchi".