La memoria, “per fare un discorso d’amore, di solo
amore”, dove necessariamente fare riaffiorare i ricordi legati agli anni
dell’infanzia, anni in cui cominciava a scoprire il mondo, che fino ad
allora aveva visto circoscritto al suo paese natale, Racalmuto, da cui
comincia e prende nome l’altipiano zolfifero. “E tutto allora, era
circonfuso, imbevuto e segnato di zolfo: c’era zolfo nella polvere delle
strade, e scricchiolava vetrino sotto i passi, poiché gli asini e i
carretti che lo portavano allo scalo ferroviario andavano seminandolo;
l’aria, ad ogni soffio di vento, si intrideva dell’odore gradevolmente acre,
che stuzzicava e a volte strizzava i polmoni, dello zolfo in combustione nei
forni che dall’ingegnere che li aveva inventati si chiamavano Gil; gli
argenti si imbrunivano e iridavano; i vestiti, il sudore, l’acqua con cui ci
si lavava e con cui si cuoceva, sapevano di zolfo; e spesso si mangiavano le
sarde salate cotte nello zolfo fuso (tenendole per la coda si mettevano un
momento dentro lo zolfo liquido - terribili le scottature - poi si tiravano
fuori, e subito lo zolfo si rapprendeva, sicché bisognava poi sbriciolare la
crosta gialla ed estrarne la sarda, gustosissima), le melanzane, il
capretto”.
Chi
ricorda il proprio paese, vissuto con gli occhi di bambino, non può che
amarlo, come Sciascia amava Racalmuto. “Mi piaceva tutto del mio paese, e
ancora nel ricordo mi piace. C’era un castello che i Chiaramonte avevano
edificato e un prete intraprendente stava trasformando in case d’abitazione:
dentro il paese, al margine di uno spiazzale che pareva vastissimo ai nostri
giuochi (a rivederlo ho l’impressione si sia contratto, rimpicciolito). E
c’era un altro castello sulla montagna che domina il paese: più piccolo, e
perciò chiamato il castelluccio (a rovinarlo, si è lasciato fare alla
natura). C’erano chiese che mi parevano bellissime e un teatro che ancora mi
pare bello”.
Ma il
paese, come tutti i paesi che bisognerebbe conoscere nella vera essenza, non
è fatto soltanto di strade e di piazze, di case e di chiese, sormontate da
un palazzotto signorile, fortificato o meno. Il paese è fatto anche dalla
gente. Quella che viveva a Racalmuto, che Sciascia ricorda di quegli anni
felici, “era gente straordinaria, zolfatari e contadini, artigiani, donne
che facevano del paese intero come un telaio in cui confidenze e maldicenze
erano per me trame di racconti, erano il paese raccontato, erano tout
court il racconto. Le botteghe dei barbieri erano accademie di chitarra e
mandolino; e vi si concordavano le serenate che poi, tra sonno e veglia,
sentivo affiorare dalla notte, come se appartenessero alla notte serena,
alla quiete lunare: incantevolmente. E c’erano i giuochi, dei piccoli e dei
grandi; c’erano le domeniche (e i sabati, allora celebrati da un canto che
diceva: “lu sabatu si chiama allegracori, biatu cu havi bedda la
muglieri”, il sabato si chiama allegracuore, beato chi ha una bella
moglie); c’erano le feste paganamente erompenti, le fiere che parevano
ricchissime e offrivano le cose necessarie felicemente, mentre oggi
tristemente i grandi magazzini offrono il superfluo. La gente cantava:
cantavano le donne mentre sfaccendavano, gli zolfatari che andavano al
lavoro all’alba, i contadini sull’ambio dei muli; e oggi nessuno più canta,
e tutti vanno con la radiola a transistor incollata all’orecchio”. Oggi
neppure più quella radiolina, perché all’orecchio teniamo i cellulari, che
squillano in continuazione, inviano spesso inutili sms, per avvertirti che
nella tua casella c’è il messaggio di qualcuno che ti cercava, ma il
messaggio non lo ha lasciato. Se vuoi puoi richiamare – telefonino sempre
incollato all’orecchio – per sapere cosa voleva, per scoprire che quel
qualcuno non lo conoscevi, avendo semplicemente sbagliato numero telefonico.
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