Nella realtà, invece, è un lembo di terra - quasi un’ideale
continuazione della catena appenninica - incastonata tra i Peloritani, le Madonie, 220.000
ettari con 170.000 abitanti, 59 comuni, quasi tutti arroccati sui monti, per cui, a
notte, come suggerisce Elio Vittorini, anziché di presepi, danno l’immagine di
grappoli d’uva maturi.
Nebrodi viene dal greco e
risale ai primi insediamenti esplorativi a Capo Tindari. La cultura greca sviluppò
rapidamente la sua influenza quasi esclusivamente sulle coste, di qua e al di là dei
Nebrodi, lungo una rotta che puntava a occidente, verso il tramonto del sole concepito
quasi come confine del mondo abitato. Lasciò tracce profonde e chiare, tanto che
Goethe di ritorno dall’isola, poté scrivere che, per lui, finalmente, Odissea è
davvero parola viva, resa significante dai colori incontaminati della solarità e
del mito.
Per quanto avessero scelto per
i loro insediamenti le terre morfologicamente somiglianti a quelle della madre patria, i
greci subirono il fascino delle aree interne, pur considerandole - come ricorda Michele
Mancuso - riserve strategiche di materie prime per la flotta e per le esigenze urbane e
militari. Non a caso, con Nebros indicavano l’interno e non, per esempio, Capo
Tindari (o Tusa), dov’erano forti e potenti agglomerati i cui resti - dopo decenni
d’abbandono -stanno per tornare alla luce grazie a una sistematica ed importante
campagna di scavi i cui risultati potranno consentire un ‘medita e fondamentale
chiave di lettura della colonizzazione ellenica, della sua influenza sul grezzo mondo
punico-siculo. E dalla quale, singolarmente, a restarne immune fu proprio la gente dei
monti e delle vallate che dal Tirreno si dispiegano sino al massiccio etneo.
La gente dei Nebrodi,
tuttavia, fece suo il toponimo, tramandandolo nei secoli con orgogliosa tenacia,
indifferente a tutte le dispute etimologiche. Per alcuni il toponimo discende da Nebros;
per altri, invece, da Nebrod. Nel primo caso si riferisce ai cervi che
popolavano la regione. Nebros, in greco, significa infatti cerbiatto, l’animale in
cui fu trasformato Atteone per aver spiato Artemide al bagno.
Nel secondo caso, invece,
stando a storici di scuola tedesca, deriva da Nembrod (che in greco suona Nebrod).
E il nome del grande cacciatore di un antico mito semitico, a noi più noto come Orione.
Artemide non lo volle rivale di caccia nella regione che considerava suo esclusivo
paradiso terrestre e lo mutò nella costellazione che ancora porta il suo nome.
L’ipotesi di Orione è
suggestiva, ma alla gente sembra piacere più l’altra, quella del cerbiatto (e non a
caso, dopo secoli, i cervi sono stati reintrodotti, ancora rari e difficili a vedersi).
Persiste (quasi a livello inconscio) un misterioso, remoto legame con la cultura ellenica.
Roger Peyrefitte non se ne stupisce. Nei suoi appunti di viaggio sostiene infatti che i greci
hanno lasciato molto più d’un nome. Aggiunge: li riconosciamo sia nei magnifici ruderi delle loro
mura e dei loro monumenti e sia nelfatto di essersi scelto per dimora un luogo come
Tindari: non ce n ‘è di più belli, se si eccettuano Erice e Taormina, e regna sul
mare Tirreno. La suggestione è forte e molti, nel tempo, l’hanno percepita, ma
nessuno con l’intensità di Salvatore Quasimodo, che a Tindari - e quindi alla radice
del vincolo dei Nebrodi con la cultura greca - ha dedicato alcuni tra i versi suoi più
belli:
Tindari mite ti so
fra larghi colli pensili sull’acque
dell’isole dolci del dio
oggi m ‘assali
e ti chini in cuore.
Ma è soprattutto in Ed è
subito sera, scritto all’ombra di Nostra Donna del Tindari, che
quell’impalpabile legame si fa esplicito e vivo come in un frammento della lirica
greca:
Ognuno sta solo sul cuore
della terra
trafitto da un raggio di sole:
ed è subito sera. |