Anch’essa senza contratto di allocazione, ma già dal Di Marzo
reputata originale, una Madonna del Soccorso, o della mazza, nel San
Giacomo di Capizzi, con la data 1517 scolpita sul basamento con il Presepe e
l’Apostolo patrono, articola tridimensionalmente lo schema quattrocentesco di
Domenico, in corrispondenza con l’altra, pure di Antonello, di Salemi.
Il 9 settembre 1520, Pietro
da Pittignano, della terra del S. Salvatore di Fitalia, commissiona allo scultore una
Vergine per la Chiesa del S.S. Salvatore (Di Marzo doc. LXXVIII) che ricalca il
modello di Seminara in Calabria e di Collesano (Kruft.) e che dà l’avvio alla più
impegnativa ordinazione della grande cona d’altare terminata nel ‘28. (Di Marzo
Il Doc. CXXII).
Del ‘33 è il
contratto (Di Marzo 110 Doc. CXXXI) per l’Annunziata della chiesa omonima di Caprileone,
da eseguire, secondo quanto prescrive il latino maccheronico del testo "ad instar
alterius maginis fatte per ipsum magistrum Antonellum in terra Tortoreti, ut dicitur,
meglorando chi pegiorando, cum historia nativitatis Maria Virginis in Scabello",
e cioè l’Annunziata della badia di S. Chiara di Tortorici,
seguita cronologicamente da quella dell’Annunziata di Longi con contratto del Il
Settembre 1534.
Soltanto l’Annunziata
di Tortorici fu terminata da Antonello, giacché delle due, quella di Caprileone che pure
come variante del primo modello, è una delle immagini più spirituali e diafane dello
scultore, fu perfezionata dalla scuola, riteniamo con l’ausilio del figlio Antonino,
date le referenze con la scultura di Librizzi. Mentre quella di Longi fu
portata a termine da Antonino con il fratello Giacomo, che perfezionò il contratto del
padre ormai "infirmus et nequensfacere servitium" nel Novembre 1536 (Di
Marzo, II°, Doc. CLXXXV).
La fortuna della versione
rosselliniana del presepe prosegue nelle opere monumentali di Antonello, come il retablo
marmoreo per la chiesa di Santa Cita a Palermo, terminata nel ‘17 ed il cui consenso
dovette essere pari a quello che accompagnò il simulacro di Trapani se, Giovan Michele
Spatafora, barone di Roccella Valdemone, allogò il 13 Ottobre 1526, allo stesso
maestro, una pala d’altare a soggetto presepiale, per la matrice del paese, con
espresso riferimento a quello di S. Cita. Morto Antonello, l’opera venne consegnata
da Giacomo Gagini nel 1540.
Le commissioni monumentali
ad Antonello proseguono con la già citata cona per la chiesa madre di S. Salvatore
di Fitalia, (18 Ottobre 1527 Di Marzo 110 Doc. CXXII) di circa tre metri di
altezza. Nella forma tripartita di tempio rinascimentale a tre navate che racchiude Maria
e i Santi Pietro e Paolo, con Eterno nella cimasa e presepe nel basamento, riprende in
scala maggiore il tabernacolo della matrice di Tusa (1525) mentre
l’iconografia è quella di un poco noto trittico nel S. Salvatore di Naso che
unisce elementi tardo quattrocenteschi ad una dichiarata cultura antonelliana.
Il tabernacolo di Tusa, non
documentato, è stato attribuito dal Kruft ad Antonello e seguace. Potrebbe trattarsi del
figlio Antonino, vista la levigatezza del modellato dai valori tonali.
L’imponenza
architettonica della cona-retablo suggerisce spesso quella miniaturizzata del tabernacolo
che attorno allo sportello conserva la gloria di angeli e cherubini, che aveva
caratterizzata la produzione del padre Domenico.
Il tabernacolo di Mirto fu
commissionato ad Antonello nel 1530 (Di Marzo 110 Doc. CXX) creduto disperso dallo
studioso: un tabernacolo conforme a dun altro già eseguito per S. Nicola di Tortorici
l’anno precedente, probabilmente sparito assieme alla chiesa nel corso dei
terremoti del 1682 e del 1754.
Ritrovato dal La Corte
Cailler nel 1908 è ancora nella matrice, pur estrapolato dal suo contesto, esibisce
ancora la data 1540, che lo denuncia opera successiva alla morte del maestro e quindi di
atelier.
Preceduto dalla ordinazione
nel ‘34 da parte del barone di Galati Blasco Lanza, di una Madonna della Grazia (Di
Marzo, 110 doc. CXXX VII) che il Kruft ritiene di scuola, nel ‘35 un S.
Francesco che riceve le stimmate con S. Leo intento nella lettura, per l’omonimo
convento di Tortorici, una delle poche figure maschili di repertorio, richieste
dalla committenza, molto precisa e tassativa anche nello stabilire dei particolari
strutturali, quali l’aggancio del serafino al muro per mezzo di "unum frustum
marmoris, quodfrustum possit salvari intus parietem, ita quod imago dicti seraflni cum suo
trono possit stare tota et integra extra dictum perietem", e che però, malgrado
dette precauzioni, già al tempo del Di Marzo, aveva preso il volo...
Il gruppo da consegnare
l’Aprile successivo al contratto, per la sopraggiunta morte dello scultore, o mese
indicato per la consegna, fu terminato nel 1559, presumibilmente dal figlio Giacomo
(Kruft 1980). |